L’ospitalità è una cosa seria

Agli ultimi World’s 50 Best Bars, universalmente e in modo controverso riconosciuti come gli Oscar della miscelazione, l’Italia ha fatto un figurone: quattro indirizzi in classifica (senza contarne due nella pre-graduatoria dalla posizione 51 alla 100) disseminati per il territorio, da L’Antiquario di Napoli di Alex Frezza(46) al 1930 di Milano capitanato da Benji Cavagna (35), passando per il Locale Firenze di Matteo di Ienno (39) e il Drink Kong di Roma di Patrick Pistolesi, il meglio piazzato dei nostri al numero 16. Non è un caso, considerando gli sforzi che questi osti illuminati, inclusi Riccardo Rossi del Freni e Frizioni (86) e Matteo Zed del The Court (77) stanno profondendo ormai da anni per portare il bar italiano finalmente stabile nell’ottica globale. Certo, è una classifica che lascia il tempo che trova, bombardata di accuse di politicizzazione e volatilità per i criteri di valutazione, ma è indubbiamente un fattore che sposta equilibri importanti, che piaccia o meno, e vedere connazionali lì fa un certo effetto.

L’eccellenza del servizio italiano è cosa nota da secoli, ma la professionalità nostrana è stata troppo spesso egregiamente esportata, e paradossalmente molto mal interpretata all’interno dei nostri confini: mentre mostri sacri come Salvatore Calabrese e Alessandro Palazzi (in foto) facevano da apripista per i vari Agostino Perrone, Giorgio Bargiani e Giulia Cuccurullo a Londra, Simone Caporale e Giacomo Giannotti a Barcellona, Francesco Galdi e Dario Schiavoni a Dubai, Massimo Stronati in California, Lorenzo Antinori e Luca Cinalli in Asia, solo per citare alcuni tra i numerosissimi fenomeni, il Belpaese stentava e stenta nelle basi. Ancora ci si rifiuta di far sedere i turisti al ristorante per un cappuccino, perché “tolgono coperti a chi spende di più”. Molto si sta facendo, è lampante, per alzare l’asticella, e cominciare a vedere insegne e professionisti apprezzati nel mondo, che pure rimangono in Italia, deve essere motivo di orgoglio.

Ben meno orgogliosi si dovrebbe essere, in realtà, restringendo la panoramica  sull’ospitalità locale, che invece quasi sembra nuotare controcorrente, nel senso negativo dell’espressione. Milano, che da qualche tempo è comunque trainante per il settore tutto, è una fotografia che va sbiadendosi e qualcosa deve essere fatto. Negli ultimi anni (già ben prima delle chiusure), poche delle nuove aperture che in città continuano a spuntare da ogni dove hanno davvero portato alla città una sorsata di novità. Che si tratti di un concetto (Carico, Unseen) o di un prodotto (Norah, Rita’s Tiki Room), si contano su una sola mano gli indirizzi che hanno riempito un vuoto quando non addirittura creato uno spazio che prima non esisteva affatto.

Il resto è un proliferare di idee non solo già viste, ma addirittura già superate, che si miscelano, è il caso di dire, con i modi affettati e a tratti l’arroganza di chi pensa di avere qualcosa da insegnare, prima ancora di aver dimostrato d’aver imparato quanto gli serve. È pur vero che l’incertezza post-2020 può naturalmente frenare progetti e voglia di mettersi in gioco, ma un conto è essere ponderati, un altro e sfornare locali come fosse una catena di montaggio: sorrisi di gesso e prenotazioni obbligatorie (ma davvero non si può più uscire a camminare e buttarsi nel primo bar carino che si incontra?), angoli per i selfie e anima inesistente, con l’attenzione massima a spruzzare la vaporizzazione di sambuco, ma ai minimi termini quando c’è da dare un benvenuto o fare accoglienza vera. Come racconta Dave Broom nel primo episodio della docu-serie Perspectives, di Campari Academy, “se entri in un bar e ti senti a disagio, il bar sta sbagliando qualcosa”.

Aperitivi ai limiti del cervellotico, spiegati piattino per piattino in dieci minuti (godetevi una superba Anna Prandoni in una delle sue ultime newsletter, su come il food stia in realtà uccidendo il cibo), e alla fine tutti uguali, nel linguaggio e nelle movenze: il bartender-barmanager-bartutto che racconta con un tono da insegnante elementare, e manina a paletta, le acciughe che sono sempre del Cantabrico (ma poi lo sapete dov’è il Cantabrico?), i pistacchi che sono sempre di Bronte. Tutti a “unire tradizione e innovazione”, a riprendere “il solco familiare”, in una “splendida cornice”; e grossa responsabilità di questa deriva dozzinale, fatta con lo stampino, è in realtà da imputare alla comunicazione di settore. Giornalisti o presunti tali che in cambio di una cena o un bicchiere gratuiti sono autorizzati a scrivere su testate (le vere colpevoli di questo scempio) altrettanto gratuitamente. Riviste che pur di non retribuire chi scrive, mandano in giro hobbisti o comunque pennaioli non qualificati, che non conoscono la differenza tra distillato e liquore, ma magari hanno qualche follower in più e allora è ovvio che ancora si legge “da leccarsi i baffi”, “da fare invidia a”, “la cena è servita”, “deliziare il palato”.

A una qualità di miscelazione mediamente alta, sta corrispondendo un tenore di ospitalità in senso stretto in realtà scadente, nella stragrande maggioranza delle nuove aperture. Drink iper strutturati si accompagnano a tapas complessissime, che richiedono quarti d’ora per essere decantate ma un solo morso per essere assaggiate; si fa una sudata a inneggiare all’aperitivo italiano, poi però ci si dimentica che ai tavolini di una volta erano tramezzini di qualità e olive, che le noccioline e le patatine in busta ancora manco si sapeva come fossero fatte. I banconi davvero buoni avevano le uova sode (Volare, gioiellino anni Sessanta a Bologna, le ripropone), ma d’altronde si stava meglio quando si stava peggio. E se ancora si sentono persone che vanno via lamentandosi di “avere ancora fame dopo l’aperitivo”, allora magari è il concetto stesso di aperitivo a dover essere trasmesso da capo, e starebbe ai bartender promuoverlo in modo corretto. Meno è meglio, se fatto davvero bene.

Bartender che aprono locali per compiacere altri bartender, senza curarsi di avere una struttura solida, soddisfare gli avventori e soprattutto tenere i conti in ordine, eppure tronfi di aver ricevuto un re-post su Instagram dal collega che “è molto seguito”, ma alla fine fa video casalinghi, fa consulenze (altro mostro mitologico) e manco sarebbe capace di tenere i ritmi di un bar serio, in centro. Bar che, tutti, “mettono le persone al primo posto per vivere un’esperienza di convivialità”, che vogliono solo “far star bene, far staccare la spina”; e poi costringono gli ospiti a sorbirsi quante ridistillazioni ha fatto quella lacrima di unicorno, e come ha fermentato quello sciroppo di ostrica, nel massimo del controsenso (se vuoi far rilassare qualcuno, magari tediarlo non è il caso, per le spiegazioni torniamo all’università).

Quello che sembra (di nuovo, o ancora) mancare è l’essere votati a questo universo balordo. Essere osti è una scelta, prima di tutto: dedicarsi all’ospite per il suo benessere, e non per il proprio ego o la propria soddisfazione. Quando un bevitore apre la porta di un bar, dimostra di aver scelto quell’indirizzo tra mille. Magari piove ed è uscito comunque, per festeggiare con il partner, con gli amici, da solo. In una marea straripante di offerta, che si sta pericolosamente appiattendo verso una massa indistinguibile, tra Instagram tali e quali e vermouth homemade (fatto in casa vuol dire la stessa cosa), qualcuno ha scelto quella sera di venire a trovare proprio voi, nella speranza di trascorrere un paio d’ore senza dover pensare al cellulare, al lavoro, a qualsiasi ansia che la vita di oggi, di adesso anzi, è lì a consegnare. Un bartender dovrebbe tacere per la maggior parte, raccontare quando richiesto, sorridere spesso, accogliere sempre. E porca miseria, conoscere i classici come i nomi dei propri familiari; a nessuno, o quasi, interessa il numero di giri che avete fatto fare al vostro rotovapor, se poi non sapete fare un Martinez perfetto.

La creatività è l’anima di questa industria, a maggior ragione quando libera e innovativa: e la nostra guida ai bar ha come missione proprio quella di valorizzare e divulgare la passione di chi porta avanti un propri disegno, che sia legato al territorio come Les Rouges e Bella, al quartiere come Barba e La Salumeria del Design,  o qualsiasi altra vibrazione degna del titolo di luogo d’accoglienza (abbiamo sessanta bar in lista, al momento). Che non si sacrifichi la creatività in nome di visibilità un tanto al chilo, pienezza di sé, senso di superiorità. Che si aprano locali nuovi davvero, senza però perdere la vera essenza di cosa vuol dire lavorare al bar. Fare da bere, e fare ospitalità, sono cose serie. Come gli ospiti dovrebbero rispettare l’impegno di chi si dedica loro, lavorando quando tutti gli altri staccano, così bartender e personale di sala dovrebbero tenere conto del valore e della responsabilità che hanno ogni sera. È vero che al bancone non si salvano vite, ma di certo c’è potenziale per poterle in qualche modo cambiare, fosse anche soltanto grazie a poche ore di spensieratezza e di qualità.

Un ospite innamorato di un vostro drink, ma deluso dalla vostra accoglienza, non tornerà. Al contrario, un’esperienza gustativa non eccellente sarà tranquillamente cancellata da un’ospitalità genuina, vera e di classe. Schiena dritta, idee e sogni, abiti puliti e ricette semplici ma senza errori; quando vi si viene a trovare e vi si trova così, avete già vinto.

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Atene Maestra

“Se volete fare una cosa, fatela”. Che potrà sembrare un concetto di semplicità quasi triviale, ma Ago Perrone la dice con una pacatezza così decisa, da renderla un comandamento illuminante, facendola risuonare nelle pareti curve dello Stage D, il principale tra i cinque palchi dell’Athens Bar Show. Partito dai mille visitatori della prima edizione nel 2010, che contava appena nove espositori, quello che si è da poco concluso è stato l’Athens Bar Show con la maggiore affluenza di sempre (quattordicimila presenze), che ha inondato le viottole di Technopolis (Piraeus Street 100); fino agli anni Novanta, un impianto dedito al trattamento di gas e petrolio, oggi convertito in uno splendido polo fieristico.

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Città vuota

A chiederlo ai milanesi veri, soprattutto quelli con il tagliando dell’età che comincia a mostrare qualche timbro in più, quella estiva è la versione di Milano più bella possibile. La mini-metropoli galoppante che almeno per un mese rallenta e quasi riposa, abbassa i toni, si prende cura di se stessa; il traffico praticamente scompare, i suoni si fanno più nitidi, le velocità si dimezzano. E soprattutto, la città si svuota: non uscite nelle ore più calde, ma doveste trovarvi in giro al primo pomeriggio, vi trovereste con la possibilità di godere delle strade alberate e degli angoli fermi nel tempo, quasi in completa solitudine. Se invece vi ritrovaste ormai all’ultima spiaggia, stritolati tra ferie che non arrivano mai e ricerca di un barlume di presenza umana, seguite le luci accese alla fine della strada, dove di sicuro prima o poi troverete una piazza.

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Identità

Marco Albini indossa un maglione nero e ci guarda fisso negli occhi. È seduto di fianco alla figlia Paola, che ha i capelli dorati raccolti in una coda strettissima e sorride, racconta, risponde: ci hanno permesso di andare a disturbarli nella sede della Fondazione Franco Albini, inaugurata nel 2007, quando appunto Franco Albini (padre di Marco) avrebbe compiuto cento anni.

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(Don’t) look up

Del film ormai si parla ovunque. Ed è anche una bella boccata d’aria, considerando che ovunque si vada, l’argomento di conversazione rimane la pandemia: noi non saremo qui a dire cosa sarà o non sarà, non ne abbiamo i mezzi. Abbiamo una sola certezza: il 2022 è un nuovo anno, e come tale va preso come un’occasione anche solo simbolica per, davvero, guardare in su, con gli occhi spalancati. Non è una cometa, quella da tenere d’occhio, bensì la realtà delle cose. Che al bar, come nella vita, vanno comprese per quelle che sono, eliminate se necessario, incentivate se positive. Buon anno, quindi.

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Anno Dieci

Quando girammo il video per il MaG Cafè, che trovate appena in basso e nella pagina dedicata, iniziammo alle cinque del mattino. Era l’unico spicchio di giornata libero, le poche ore in cui il formicaio brulicante del Naviglio riposava, o almeno fingeva di farlo: era in piena coda d’estate, quando a tarda notte c’è da coprirsi, ma appena esce il sole si rimpiange di aver messo il maglioncino e si suda come nemmeno di fronte a un vodka e Red Bull. Emanuele si era pettinato il baffo apposta, si muoveva di fronte alla camera che pareva fosse quello il suo vero lavoro: impeccabile, elegantissimo, di una pazienza vergognosa. Andammo via con la serranda ormai su, i primi assonnati rabdomanti del caffè iniziavano ad arrivare, e facemmo in tempo a scattare una foto strepitosa dell’Alzaia che si illuminava con l’alba (prendemmo anche una multa per ingresso in ZTL, per meri fini di cronaca).

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Capri Revolution

Esiste un ritaglio di giornale ingiallito, incorniciato e affisso sulla parete bianca di una villa freschissima, tra le arterie sonnacchiose che si arrampicano sul versante sud-est di Capri. È soltanto una tra le migliaia di testimonianze che il professore Carlo de Pascale, ha raccolto e catalogato per ricostruire quasi mezzo secolo trascorso rimbalzando tra l’Isola Azzurra, la sua Napoli e il resto del mondo. Primario emerito d’ospedale, docente universitario, pioniere della ricerca medica nella nefrologia, ha da qualche anno scollinato oltre gli ottanta e oggi si dedica con entusiasmo fanciullesco a qualsiasi declinazione di cultura, come ha d’altronde fatto per tutta la sua vita. Capri è uno dei suoi capitoli preferiti.