Quel ramo magico del lago di Como

Flore, più che camminare, fluttua, comoda in un abito bianco così semplice che diventa ipnotico. È la principessa di Villa Làrio, della quale cura il marketing: un diamante che è riaffiorato dalle polveri di tempi sciatti, rispolverato e oggi splendente di un’accoglienza ai limiti dell’impensabile. Questa sponda del Lago di Como, frazione Pognana, è l’ultima delle tappe di una vita che l’ha portata a studiare, cucinare, rischiare e innamorarsi, di un uomo, di una nazione e di un luogo. Ha il cuore dei colori del bello, Flore, mescolati tra i tramonti impossibili della sua St. Barth, dove è nata, i profumi del pane fresco nelle vie di Parigi, che l’ha cresciuta, e i capelli scompigliati dal vento d’Italia, che è diventata la sua carezza preferita.

Ponza era già riuscita a rapirle i sentimenti, ma qui ha ritrovato la parete perfetta su cui dipingere le sue idee e i suoi concetti, raccontati perfettamente in tre lingue. Una parete di pietra, prima di tutto, uno strapiombo sul lago che con pazienza e visione ha restaurato e restituito alla sua natura propria, quella di casa lontano da casa. Villa Làrio è oggi un collage di bellezza da acquerello, sfocata perché liquida e quindi ovunque: ci siamo sentiti come ripresi in una pellicola a 35 millimetri, con le tinte sbiadite e il suono del nastro, mentre entravamo cercando di non fare rumore nella hall de Il Palazzo. È una delle perle dell’intera proprietà, una facciata del Novecento rinfrescata come fosse stata appena tirata su, insieme agli interni in marmo, al camino maestoso e al bancone del bar con bottigliera a scomparsa.

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Si attraversano due colonne che sembrano il cavalletto perfetto di una tela d’acqua, una polaroid del lago squarciato con grazia dai motori delle barche che lo navigano eleganti; poi dritti sul pontile, a sfiorare le ondine con le dita e con i desideri. Oppure appena verso sud, e va bene anche a piedi scalzi, sul giardino arredato pochissimo e con squisito gusto: Villa Làrio è l’unico punto dell’intero lago che ha il tramonto come cinema, con il sole che va addormentandosi dietro le vette, lì di fronte a tutta vista. Si sentono soltanto le cicale e le parole di Flore, che racconta del progetto partito più di dieci anni fa, degli sforzi profusi per dare molto di sé a quel vecchio rudere che già aveva dato molto a lei: era un decadente profumo di passato, oggi è fragranza pura di domani.

Quanto più in alto ci si arrampica in Villa Làrio, tanto più profonde diventano le emozioni. I gradini che si rincorrono discreti portano a una pianata di mezzo, un balcone naturale sul quale si allunga il ristorante dello chef Alex Visconti, che parla poco perché è nei suoi piatti che vengono raccontate le eccellenze del lago e d’Italia. Dovrebbe bastare la foto precedente per spiegare come abbiamo trascorso la quasi totalità del nostro tempo: sorridendo, assaggiando, ascoltando. Flore ci ha lasciati, luminosa, per raggiungere la sua famiglia: si allontanava su un Riva leggero come lei, mentre noi salivamo all’ultimo livello di questo Olimpo di classe. Un piscina a sfioro che sembra non avere fine, la pennellata definitiva su un quadro di ospitalità e benessere mai arroganti, piuttosto cantori di cultura e bellezza. Per una volta (e siete fortunati), mancano quasi le parole per poter descrivere.

Siamo tornati sulla stessa sponda del lago, una manciata di chilometri più a sud, nel morbido e lussureggiante gomito di Torno. Qui, nel 2015, prese forma la visione di una famiglia venezuelana, che andò circondandosi del meglio possibile per scolpire una gemma rivoluzionaria sulla mappa degli alberghi della zona. E ci riuscì alla grande: Il Sereno, che neanche a farlo apposta ha una seconda sede a St. Barth, la stessa isola da cui proviene Flore, è l’esempio di un credo d’altissimo rango, giustamente nascosto e clamorosamente perfetto. È arroccato direttamente sull’acqua, al termine di tornanti in discesa che lo tengono lontano dal caos, riscaldato da un bosco naturale ricreato appositamente e completamente esposto alla luce naturale: ognuna delle sue trenta suites si tuffa letteralmente nel lago grazie a pareti completamente in vetro. Potrebbe essere una descrizione sufficiente già di per sé, ma è appena l’inizio.

Il team de Il Sereno è un’armata di professionalità debordante, curata nei particolari perché insita nella genetica di personalità di valore. Stefano Gaiofatto è il food&beverage manager, il tratto d’unione tra le due miniere di gusto ed esperienze stupendamente costruite una sull’altra: a livello del lago, avvolto da un colonnato in mattoni di rara leggerezza, c’è il ristorante Berton al Lago, stella Michelin cucita sul petto dello chef Raffaele Lenzi. Che ha viaggiato, studiato, lottato (con se stesso e con gli altri) per poter mantenere i suoi valori e le sue filosofie, tutte tradotte in una cucina vegetale e freschissima; per di più, è orgogliosamente napoletano, dettaglio che da solo basta a conquistarci. O almeno conquistare uno di noi, abbiate pazienza.

Il viaggio è poi condotto da chi un viaggio, enorme, lo ha vissuto in prima persona. Il Lobby Bar de Il Sereno, esattamente al di sopra del ristorante e contemporaneamente hall dell’albergo, è assurto a faro di miscelazione avanzata grazie anche (e soprattutto) al lavoro del bartender Vidura Colambage, che pur tradendo una perfetta inflessione lacustre, è originario dello Sri Lanka. Glielo si intuisce nella pelle bronzea e negli aneddoti da diario di bordo, ma più che altrove lo si percepisce nella sua drink list: un collier di ricette signature impreziosite da spezie, preparazioni, colori, un tagliando per i paradisi di Vidura, che ricorda e sorride nello stesso tempo. Ha i toni e i ritmi di chi, anche se partito giovanissimo, conserva memorie nei muscoli e profumi nelle parole, che miscela insieme a una carta di distillati di pregio assoluto. Plauso all’attenzione dedicata ai mocktails, che saranno pure analcolici, ma bisogna saperli fare, e bene: il Black Mirror però, twist da assuefazione su Bloody Mary, non lo si batte.

L’ultima (in ordine di racconto ovviamente) stella dei galacticos de Il Sereno è in realtà la mente che lo ha progettato: Patricia Urquiola, designer dell’anno proprio nel 2015, ha graffiato e griffato il design dell’intera struttura. Un capogiro continuo che ha inizio e fine ovunque si desideri guardare: la bottigliera del bar suturata nel marmo della parete, le mura a scomparsa, il progetto del palazzo che a vederlo dal lago sembra un mosaico di tessere di qualità. Qui c’è tutta la ricerca della perfezione, l’impegno per lo star bene e la missione dell’eccellenza che ognuno dei protagonisti di questa oasi ha scelto come proprio fine ultimo. Villa Làrio e Il Sereno, così come altre numerose destinazioni di valore, hanno infine un’arma segreta che troppo spesso passa in secondo piano, ulteriore segno della sua professionalità: a Sara, al suo sorriso, ai suoi tatuaggi e alla sua genialità, va il nostro grazie più vero, perché è anche sulla scia del suo entusiasmo e della sua passione che questi gioielli possono essere, i gioielli che sono.

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Città vuota

A chiederlo ai milanesi veri, soprattutto quelli con il tagliando dell’età che comincia a mostrare qualche timbro in più, quella estiva è la versione di Milano più bella possibile. La mini-metropoli galoppante che almeno per un mese rallenta e quasi riposa, abbassa i toni, si prende cura di se stessa; il traffico praticamente scompare, i suoni si fanno più nitidi, le velocità si dimezzano. E soprattutto, la città si svuota: non uscite nelle ore più calde, ma doveste trovarvi in giro al primo pomeriggio, vi trovereste con la possibilità di godere delle strade alberate e degli angoli fermi nel tempo, quasi in completa solitudine. Se invece vi ritrovaste ormai all’ultima spiaggia, stritolati tra ferie che non arrivano mai e ricerca di un barlume di presenza umana, seguite le luci accese alla fine della strada, dove di sicuro prima o poi troverete una piazza.

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Identità

Marco Albini indossa un maglione nero e ci guarda fisso negli occhi. È seduto di fianco alla figlia Paola, che ha i capelli dorati raccolti in una coda strettissima e sorride, racconta, risponde: ci hanno permesso di andare a disturbarli nella sede della Fondazione Franco Albini, inaugurata nel 2007, quando appunto Franco Albini (padre di Marco) avrebbe compiuto cento anni.

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(Don’t) look up

Del film ormai si parla ovunque. Ed è anche una bella boccata d’aria, considerando che ovunque si vada, l’argomento di conversazione rimane la pandemia: noi non saremo qui a dire cosa sarà o non sarà, non ne abbiamo i mezzi. Abbiamo una sola certezza: il 2022 è un nuovo anno, e come tale va preso come un’occasione anche solo simbolica per, davvero, guardare in su, con gli occhi spalancati. Non è una cometa, quella da tenere d’occhio, bensì la realtà delle cose. Che al bar, come nella vita, vanno comprese per quelle che sono, eliminate se necessario, incentivate se positive. Buon anno, quindi.

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Anno Dieci

Quando girammo il video per il MaG Cafè, che trovate appena in basso e nella pagina dedicata, iniziammo alle cinque del mattino. Era l’unico spicchio di giornata libero, le poche ore in cui il formicaio brulicante del Naviglio riposava, o almeno fingeva di farlo: era in piena coda d’estate, quando a tarda notte c’è da coprirsi, ma appena esce il sole si rimpiange di aver messo il maglioncino e si suda come nemmeno di fronte a un vodka e Red Bull. Emanuele si era pettinato il baffo apposta, si muoveva di fronte alla camera che pareva fosse quello il suo vero lavoro: impeccabile, elegantissimo, di una pazienza vergognosa. Andammo via con la serranda ormai su, i primi assonnati rabdomanti del caffè iniziavano ad arrivare, e facemmo in tempo a scattare una foto strepitosa dell’Alzaia che si illuminava con l’alba (prendemmo anche una multa per ingresso in ZTL, per meri fini di cronaca).

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Capri Revolution

Esiste un ritaglio di giornale ingiallito, incorniciato e affisso sulla parete bianca di una villa freschissima, tra le arterie sonnacchiose che si arrampicano sul versante sud-est di Capri. È soltanto una tra le migliaia di testimonianze che il professore Carlo de Pascale, ha raccolto e catalogato per ricostruire quasi mezzo secolo trascorso rimbalzando tra l’Isola Azzurra, la sua Napoli e il resto del mondo. Primario emerito d’ospedale, docente universitario, pioniere della ricerca medica nella nefrologia, ha da qualche anno scollinato oltre gli ottanta e oggi si dedica con entusiasmo fanciullesco a qualsiasi declinazione di cultura, come ha d’altronde fatto per tutta la sua vita. Capri è uno dei suoi capitoli preferiti.

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Pisco, viaggio senza passaporto

Se si smettesse di tatuarsela, insieme ad altri classiconi come la parola resilienza o l’otto orizzontale simbolo dell’infinito, magari sarebbe anche meglio. Se davvero si cominciasse a capire cosa vuol dire, invece di riempirsene la bocca e la tastiera per il prossimo post inutile; e se davvero wanderlust si inseguisse, si tenesse come idea di riferimento, invece di sputarla fuori solo per sventolarsi l’aria di chi ne sa, probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore. (Basterebbe anche smettere di servire un Americano con la cannuccia di plastica nera, ma questa è un’altra storia)